L'ipotesi di Piaget del parallelismo tra sviluppo storico e sviluppo individuale dei concetti sembra accreditata da diversi lavori di didattica della Fisica. Per trovare conferma di tale ipotesi per quanto quanto riguarda l'ottica, è necessario ripercorrere l'itinerario storico della conoscenza in ottica. Come si vedrà, per i preconcetti esposti nel capitolo precedente si possono trovare delle radici "storiche".
La nascita dell'ottica si può far risalire al periodo greco.
Probabilmente teorie sulla luce furono formulate dai saggi di altre civiltà
antiche, ma a noi non ne è giunta nessuna traccia.
Nei secoli V e VI la
filosofia greca conobbe uno sviluppo portentoso, i saggi volsero la loro
attenzione verso la luce e ne formularono delle teorie. I filosofi greci si
posero il problema di svelare il meccanismo della visione, non la natura della
luce. L'argomento base era conoscere l'uomo nelle sue funzioni e nelle sue
facoltà; ogni ente fisico esisteva perché produceva degli effetti sull'uomo ed
il solo effetto conosciuto della luce era la visione, per cui la domanda che i
filosofi si ponevano era: come si fa a vedere?
All'interno del periodo greco
si possono individuare quattro scuole o correnti:
Teoria emissionistica: l'occhio emette un quid che raggiunge l'oggetto e lo cattura. Questo quid è costituito in generale da raggi o tentacoli. Archita da Taranto, amico e contemporaneo di Platone, riteneva che la visione avvenisse esclusivamente per mezzo di un "fuoco" invisibile, che usciva dagli occhi e andava a toccare gli oggetti, rivelandone la forma e i colori.
Teoria atomista-immissionistica: c'è emissione di un quid da parte della cosa vista verso l'occhio. Secondo Leucippo di Mileto, la nostra anima non esce dal nostro interno per andare a toccare gli oggetti, sono gli oggetti che vengono a toccare la nostra anima passando attraverso i sensi, ma noi non vediamo gli oggetti avvicinarsi: bisogna che essi mandino alla nostra anima delle immagini, specie di ombre o simulacri materiali che rivestono i corpi, si agitano sulla loro superficie e possono staccarsene, per portare alle nostre anime le forme, i colori e tutte le altre qualità degli oggetti.
Si sostiene la coesistenza delle due emissioni: quella dell'occhio verso l'oggetto e quella dell'oggetto verso l'occhio. Empedocle sostiene che i due flussi sono uno esterno, esistente per sé, oggettivo, di natura corpuscolare, portante l'ordine, la forma ed il colore dell'oggetto; l'altro emesso dall'occhio per mezzo di un "fuoco" (da interpretare come spirito, anima o qualche entità ancor meno definita). Platone insiste soprattutto sul lato psicologico della visione: necessità di un agente esterno che va dall'oggetto verso l'occhio e di un agente interno (fuoco visuale) proteso fuori dell'occhio per dar vita e consistenza all'oggetto visto.
Aristotele sostiene l'idea di un movimento che si propaga tra l'oggetto e l'occhio e che modifica lo stato dei corpi diafani. Il corpo diafano al buio è in una condizione potenziale, è diafano in potenza. Lo stesso corpo si dice che è in luce, quando è diafano in atto. La sorgente di fuoco modifica il mezzo, riusciamo a vedere perché c'è alterazione del mezzo. Se intorno all'occhio ci fosse il vuoto completo, la visione sarebbe impossibile.
La miglior fortuna arrise alla scuola pitagorica ed alla scuola
atomista.
Euclide, allievo di Platone, (300 a. C.) si dichiara nettamente a
favore della teoria pitagorica; nelle sue opere introduce tre concetti
importanti:
Secondo Euclide, la figura compresa dai raggi visivi è un cono
che ha vertice nell'occhio e base al margine dell'oggetto guardato.
Il
movimento rettilineo della luce sembra sia stato suggerito dall'esperienza sul
passaggio della luce di una fiamma attraverso due fenditure, soltanto quando
questi tre corpi erano allineati.
Ad Euclide spetta il merito di aver creato
il modello geometrico della luce: il raggio rettilineo, base della costruzione
dell'ottica geometrica.
Fino al terzo secolo d. C. i concetti geometrici
creati dall'Ottica di Euclide permangono stabili. L'aspetto geometrico
dell'ottica è quello che prevale sugli aspetti di natura fisica, fisiologica e
psicologica.
Anche se la scuola pitagorica fu la più seguita, la teoria dei
simulacri ebbe un certo successo.
Lucrezio (I secolo a. C.) nel De rerum
natura afferma che la superficie di tutti i corpi deve emettere delle effigie o
figure libere, a cui si addice il nome di membrane o scorze, perché hanno il
medesimo aspetto e la medesima forma dei corpi da cui si distaccano per
diffondersi nell'aria. I simulacri visti nell'acqua, negli specchi ed in tutti i
corpi lucidi, essendo perfettamente simili agli oggetti, non possono essere
formati che dalle loro immagini. A sostegno di questa ipotesi, pone la seguente
considerazione: se fossero i raggi visuali a consentire la visione, i nostri
occhi non potrebbero essere accecati, guardando gli oggetti sfolgoranti; sono i
simulacri che partono da essi e feriscono gli occhi. Egli inoltre fa una accenno
implicito ad un agente esterno necessario per provocare l'emissione dei
simulacri da parte degli oggetti, in quanto questi al buio non emettono nulla
che li faccia vedere: si comincia a delineare un "lumen" emesso dal sole e
costituito da corpuscoli piccolissimi che si lanciano nello spazio e lo
riempiono tutto a grandissima velocità.
Caratteristica comune alle antiche
teorie:
Questi, come visto nel capitolo 1, sono i concetti fondamentali dello schema concettuale "olistico".
Nel Medio-Evo l'evoluzione dell'ottica fu molto lenta.
L'ambiente era dominato da una mentalità conservatrice all'eccesso e piena di
ammirazione per la sapienza antica. Gli sperimentatori, i fisici venivano
considerati dei rivoluzionari e boicottati dai dirigenti dei centri culturali.
C'era diffidenza del mondo filosofico verso specchi, prismi, lenti, che fanno
vedere una realtà diversa, ingrandita, capovolta, deformata.
Un preconcetto
che in particolar modo ritardò e sviò per molto tempo lo sviluppo delle idee in
ottica fu il considerare la visione di un corpo come un'operazione globale,
unitaria, inscindibile. Un oggetto doveva essere visto nel suo complesso. Non
c'era l'idea che il vedere un oggetto potesse essere l'insieme delle operazioni
necessarie per vederne le parti elementari: si riteneva che la visione avvenisse
per un cono o una piramide avente il vertice nell'occhio e la base sull'oggetto
visto e che le immagini si staccassero intere e raggiungessero l'occhio
(concezione "olistica").
Nel primo Medio Evo i fautori della teoria delle
scorze erano una minoranza rispetto ai sostenitori dei raggi visuali.
L'ottica antica aveva generato l'ottica geometrica e questa a partire dal
secolo XI sino al secolo XVI si evolse lentamente, purificando sempre più la
natura dei raggi da ogni struttura fisica, accentuandone il carattere
geometrico. Studi nel campo fisiologico portarono alla demolizione definitiva
dei raggi emessi dall'occhio verso l'esterno. Con Avicenna (1000 a. C.) si
cominciò a distinguere la "lux" - qualità luminosa degli oggetti ma anche
sostanza materiale o immateriale originaria della luminosità - dal "lumen" -
l'effetto che la luce provoca nel mezzo e sui corpi circostanti. La " lux" era
responsabile degli aspetti soggettivi e fisiologici della visione (luminosità,
colore), mentre nel concetto di lumen si ritrovano gli aspetti fisici e
oggettivi legati alla propagazione della luce ed all'interazione con gli
oggetti. La distinzione tra questi due aspetti del problema era il passo
obbligato per arrivare a studiare la luce distinta dal processo di visione e per
ritrovare per i raggi di luce tutte le regole già viste per i raggi visuali.
L'ottica antica e quella medioevale, molto simile alla prima, affermatasi
anche per il prestigio di cui godevano i grandi saggi del periodo greco-romano
ed arabo, era in pieno vigore fino al secolo XVI ed era insegnata in tutte le
scuole.
La catastrofe dell'ottica antica iniziò nel XVI secolo con l'abate Francesco Mauriloco da Messina, a cui si deve l'introduzione di importanti novità, come il raggio luminoso, come viene utilizzato nell'ottica geometrica di oggi, e la scomposizione di una sorgente estesa in una serie di sorgenti puntiformi.
Nelle sue opere il Mauriloco espone le seguenti ipotesi:
ogni punto di un corpo luminoso irradia in ogni punto di un corpo illuminato;
la figura di oggetti luminosi attraverso un foro si riportano capovolte su un piano (camera oscura);
una superficie illuminata da una luce pura emette una luce secondaria di colore simile alla luce illuminante.
Inoltre nei suoi studi sugli specchi concavi, a proposito dei raggi che partono da una sorgente puntiforme, il Mauriloco afferma che " i raggi giunti allo specchio da uno stesso punto non concorrono, dopo riflessi, in uno stesso punto, tuttavia manca poco che i raggi riflessi da una piccola porzione dello specchio concavo si riuniscano in uno stesso punto". Si deve a quest'idea se nell'ottica geometrica si è affermata la teoria delle immagini, sia di quelle dette oggi "reali", sia di quelle dette "virtuali" e che di fatto sono costituite dal complesso dei vertici dei coni di raggi o riflessi dagli specchi o emergenti dalle lenti.
Spetta a Keplero il merito di aver dato una svolta decisiva all'ottica geometrica, perfezionando le concezioni del Mauriloco. Sono sue le seguenti proposizioni:
alla luce compete la proprietà di effluire o di essere lanciata dalla sua sorgente verso un luogo lontano;
da un punto qualunque della sorgente l'efflusso della luce avviene secondo un numero infinito di rette;
la luce in se stessa è atta ad avanzare fino all'infinito;
le linee di queste emissioni sono rette e si chiamano raggi.
Per spiegare la vera causa della localizzazione delle immagini, bisogna spiegare la figura che si vede come un ente soggettivo, collocato dall'occhio dell'osservatore, che riceve i raggi ed in base alla struttura di questi deduce dove si deve trovare l'oggetto che li ha emessi.
Keplero afferma che l'immagine vista dietro lo specchio non vi
si trova realmente, perché è una figura soggettiva, creata dall'osservatore in
base agli stimoli ricevuti sulla retina ed in base ad un calcolo che la psiche
stessa dell'osservatore fa.
Con Keplero risultano così definiti il raggio
luminoso che sarà poi adottato definitivamente e i concetti relativi alle
immagini.
Con Keplero vengono così delineate le caratteristiche fondamentali
che sono alla base dello schema scientifico.
Dall'analisi storica si
può concludere che il periodo che va dal V secolo a.C. al XVI secolo d. C. è
stato dominato dalla concezione "olistica", quella stessa che in generale hanno
gli studenti prima dell'insegnamento scientifico.
Durante le lezioni
di ottica geometrica gli studenti apprendono ciò che l'umanità è riuscita a
spiegare impiegando ben 2000 anni! Come visto, durante questo lungo periodo le
conoscenze circa la luce e la visione sono cambiate da ovvie e descrittive a
sofisticate e complesse .